Sant'Antonio Abate

detto anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta

Autore: Moretto; Data: 1530-1534; Tecnica: Olio su tela; Dimensioni: 297×148 cm; Ubicazione: Santuario della Madonna della Neve, Auro, Brescia
Autore: Moretto; Data: 1530-1534; Tecnica: Olio su tela; Dimensioni: 297×148 cm; Ubicazione: Santuario della Madonna della Neve, Auro, Brescia

Storia di Sant'Antonio

Il sant'Antonio celebrato è l'abate di Koma (Qumans), nato in Egitto nel 251 e vissuto fino al 17 gennaio del 356, per 105 anni, conducendo una vita quasi sempre passata in ritiro nel deserto, dopo aver ceduto tutti i suoi beni ai poveri.

E' considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio.

 

La tradizione ce lo presenta sempre alle prese con le tentazioni del demonio che cerca di corromperlo con gli allettamenti corporali.

 

La fama del santo come guaritore miracoloso dalle malatttie contagiose, dalla peste all'herpes, si unì sin dall'inizio con quella di patrono degli animali favorendo la consuetudine di intitolargli ospedali e chiese.

L'ordine degli Antoniani si costituì intorno al 1085, con l'arrivo delle reliquie del santo portate da un crociato reduce da un pellegrinaggio in Terra Santa.

La celebrazione folklorica e religiosa

Il 17 gennaio si celebra in Abruzzo la festa di Sant'Antonio abate: una festa antichissima, circondata da molte leggende che variano da paese a paese e caratterizzata soprattutto dall'orazione che si recita la sera del 16 gennaio, e che è indubbiamente il resto di una sacra rappresentazione medioevale.

Gruppi di persone mascherate vanno cantando per le case "lu sand'Andunje", con canti d'argomento tratto dalla vita del santo e che vanno distinti in tre tipi:

  • canti di questua
  • orazioni umbro-abruzzesi  
  • resti di drammi sacri medievali

 

Nelle tradizioni folkloriche abruzzesi il culto di S. Antonio abate deve aver subito l'influenza della letteratura giullaresca e comica di origine popolare nel Medioevo, in quanto il santo viene celebrato in una cornice di burloneria e viene introdotto il motivo della richiesta di doni.

La storia del santo è raccontata in un testo del 1485 (composto agli inizi del Trecento da un giullare della Lombardia) contenuto nel Codice Corsiniano e che rappresenta uno fra i più antichi documenti volgari della poesia abruzzese.

 

In quasi tutte le comunità rurali d'Abruzzo in questo giorno si benedicono  gli animali; una volta i sacerdoti si recavano direttamente nelle stalle per impartirla, oggi la danno sui sagrati delle chiese perché S. Antonio: morbos expellit pecudum (tiene lontano le malattie dal bestiame), comburat doemones et maleficia (distrugge e brucia i demoni con tutti i loro malefici).

 

Le altre caratteristiche dell'iconografia di S. Antonio abate, imitate dalle maschere della rappresentazione del 17 gennaio sono: la grossa e fluente barba bianca, il bastone, il campanello, il libro (sapienza),  il diavoletto e infine il maialetto ai piedi (simbolo del demonio ma anche dell'abbondanza).  

Il maiale, in particolare diventa centrale nell'iconografia e nelle descrizioni  a partire dal XIV secolo, forse per la diffusione della leggenda del miracolo della guarigione di un porcellino malato o, forse, della vittoria sull'animale simbolo della lussuria (per questo appare ai suoi piedi sconfitto). Pare tra l'altro che i sant'antoniani curassero l'herpes zoster (il fuoco di Sant'Antonio) con dei medicamenti a base di grasso di maiale.

 

In molte comunità abruzzesi, fino agli anni '60 era diffusa la tradizione del "maiale pubblico", che il 17 gennaio, nella piazza del paese, il sacerdote benediva e a cui, come segno di riconoscimento, veniva tagliato un pezzettino di orecchio: "il porco di S. Antonio" circolava per il paese nutrito da tutti e, una volta ucciso, le sue carni erano divise fra i poveri.

 

Nella Marsica la festa si caraterizza con fuochi e canti di questua, distribuzione di offerte (pani) e, nei pressi dei fuochi, vengono allestiti dei "punti di offerta" di salsicce, vino, dolci e si fa bollire in grosse caldaie (le cottore) il granoturco devozionale, i cicerocchi. 

A Villavallelonga si celebra con la panarda, un banchetto rituale che inizia la sera del 16 e, con 10/12 pietanze, si protrae fino all'alba del 17.

 

Il rito del fuoco e il ballo della pupa
Quanto alla tradizione del fuoco sacro, essa è rimasta particolarmente viva in Abruzzo in diversi periodi dell'anno.

Nel periodo invernale lo troviamo nei focaracci di alcuni centri, in cui vengono bruciate grandi cataste di legna e si legano a vari riti del calendario devozionale, che ha assorbito riti magico-agrari più antichi.

La sopravvivenza del culto del fuoco è dovuta alla sua simbologia di elemento purificatore e propiziatorio per la salute dell'uomo e l'abbondante raccolto della terra.

 

Il rito del fuoco si sposa in Abruzzo anche alla tradizione del fantoccio animato, "pupa" o "pantasima", costruito con intelaiatura di canne e di legno molto leggero, un tempo ricoperta di fascine, oggi ricoperta di fogli di giornali sovrapposti, incollati e dipinti.

Molto probabilmente la pupa costituiva un elemento di primaria importanza nel quadro delle feste di inizio di un ciclo stagionale.

La sua immagine conserva l'elemento erotico, che prelude all'unione di due esseri, da cui nascerà la nuova prole e che provocherà la fecondità del suolo, degli uomini e degli animali.

 

La sua apparizione, in un rigoglio di movimento e di allegria che s'intona a tutto il risorgere della natura, poteva ben propiziare il felice andamento dei prodotti della terra e delle sorti della comunità, così come si ritrova nel culto di Sant'Antonio.

Ecco quindi che due tradizioni provenienti da periodi storici lontanissimi, finiscono per unirsi simbolicamente e sovrapporsi ad altri riti ed altri miti, al fine di celebrare un momento di rinascita della vita, che in una società povera e contadina rappresentava, più di oggi, una prospettiva di vita, oltre che una festa.

Questo periodo cominciava con le celebrazioni di Sant'Antonio e terminava con il Carnevale.

 

Il fantoccio, animato da un uomo che si nasconde nella parte interna e può vedere attraverso un piccolo foro, inizia la sua rappresentazione quasi sempre al calare della sera, danzando accompagnato dal suono di una fisarmonica o tamburo. La danza, simile a quella del corteggiamento diventa sempre più vorticosa e termina con il rogo, la cui cenere veniva un tempo raccolta e sparsa sui campi che si andavano preparando alla semina. 

Oggi la danza della pupa si arricchisce di un crescendo di fuochi pirotecnici che si esaurisce con un grande scoppio e che, a sua volta, innesca la girandola che il fantoccio ha infissa sulla testa.

 

Testi consultati:

E. Giancristofaro, Porco bello, il maiale e s. Antonio abate nella tradizione abruzzese

B. M. Galanti, Vita tradizionale dell'Abruzzo e del Molise

G. Pansa, Leggende medioevali abruzzesi

A. De Nino, Usi e costumi abruzzesi

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