Ortucchio. Alle Origini della storia

Castello Piccolomini 6 agosto  – 8 settembre 2013

 

Nell’estate del 2012 la mostra “Dal canale di Ortucchio alla necropoli romana” ha consentito di esporre i primi risultati dello scavo archeologico all’epoca ancora in corso lungo via Mesola.

La positiva collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo con il Nucleo Operativo della Marsica, il Comune di Ortucchio e l’Associazione Culturale “Quelli di Archippe” permette oggi di riproporre al pubblico un ulteriore brano della lunga storia di questi luoghi.

 

La mostra “Ortucchio. Alle origini della storia” nasce dalla volontà di tracciare il quadro di un territorio, affacciato sul lago Fucino, che ha restituito numerose testimonianze archeologiche in epoca preistorica e protostorica: dalle grotte alle prime manifestazioni artistiche, attraverso le innovazioni tecnologiche del Neolitico e dell’età del Rame e del Bronzo.

Gli scavi dell’Università di Pisa (Grotta Maritza, Ortucchio - Strada 28, Colle S. Stefano) e dell’Università di Roma “La Sapienza” (Grotta di Pozzo), che hanno partecipato alla ideazione e organizzazione della mostra, costituiscono dei riferimenti scientifici nel panorama degli studi sulla preistoria e conferiscono a Ortucchio un ruolo di primo piano che oggi viene presentato al pubblico in un percorso che si avvale sia di materiali archeologici, provenienti da scavi e ricognizioni di superficie, che di ricostruzioni, con l’intento di suggerire la vita intorno al lago a partire da ca 23.000 anni da oggi.

 

Enti promotori

Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo

Comune di Ortucchio

Università di Pisa

Università di Roma “La Sapienza”

 

Progetto scientifico

Emanuela Ceccaroni (Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo)

Margherita Mussi, Emanuela D’Angelo (Università di Roma “La Sapienza”)

Giovanna Radi, Cristiana Petrinelli Pannocchia (Università di Pisa)

 

Coordinamento organizzativo

Barbara Chiarilli, Marco D’Amico, Antonella Ferrini, Maurizio Ferrini, Edoardo Jageregger (Associazione “Quelli di Archippe”) 

 

Restauro materiali archeologici, riscontro inventariale e movimentazione

Stefania Montanaro (N.O.M.)

 

Allestimento

Alessandro Verrocchia (N.O.M.)

con Giovanni Ciocci (N.O.M.),

Orante Ventura

Associazione Culturale “Quelli di Archippe”,

Laboratorio Archeologia Sperimentale Università degli Studi Pisa

 

Apparati didattici

Emanuela D’Angelo, Elisa Brunelli, Eliana Capelli, Flavia Piarulli, Luca di Bianco, Giancarlo Ruta (Università di Roma “La Sapienza”)

Cristiana Petrinelli Pannocchia, Lucia Angeli, Cristina Fabbri (LASP - Università degli Studi di Pisa)

 

Grafica

Marco D’Amico

 

Foto pannelli grotte

Franco Persia

 

Apparato video

Associazione Centro iniziative Culturali (CIC) - Capistrello

Franco Persia

Giovanni Ciocci (N.O.M.)

 

Organizzazione, attività didattiche e servizio alla mostra

Associazione Culturale “Quelli di Archippe”

 

Coordinamento amministrativo e segreteria

Ufficio Mostre Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo

Serafino Del Bove Orlandi (N.O.M.)

Le teche sono state realizzate da:

 

- Officina Metalmeccanica F.lli D'amico snc - Ortucchio (AQ)

- Vetreria Palozzi di Palozzi Sergio - Ortucchio (AQ)

Ortucchio e il territorio del Fucino dal Paleolitico all'età del Bronzo

Fin dalla preistoria l'area del Fucino, situata nel cuore della Marsica, ricoprì un ruolo fondamentale per le popolazioni antiche, grazie alle sue caratteristiche climatiche e ambientali, e conobbe un intenso popolamento, come provano gli importanti rinvenimenti che abbracciano un ampio arco cronologico.

 

Le ricerche sistematiche, condotte a partire dagli anni ’50 del Novecento da Antonio Mario Radmilli e dai suoi allievi e poi docenti dell’Università di Pisa (G. Cremonesi, R. Grifoni e G. Radi), in accordo con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo e con il sostegno di studiosi locali, permisero la scoperta sia di grotte con fondamentali stratigrafie che di siti all’aperto. 

Lo studio dei dati, svolto impiegando approcci scientifici derivanti dalle Scienze Naturali, consentì di periodizzare la preistoria locale da 18000 anni da oggi ad epoca romana. L’indagine ha posto particolare attenzione proprio ai mutamenti ambientali e alle modalità con cui i gruppi umani vi si adattarono.

Le ricerche ancora in corso, sia da parte dell’Università di Pisa (Colle S. stefano, S. Quirico, strada 28) che della Sapienza di Roma (Grotta di Pozzo), continuano a fornire importanti informazioni che ampliano e arricchiscono il quadro delle conoscenze delle popolazioni che abitarono la Marsica durante la Pre-protostoria.

Geomorfologia del Fucino

Il bacino del Fucino è una conca intermontana, cioè una depressione di forma ellittica che ha solo immissari e non emissari.

La parte centrale è un’area piana dove si trovano sedimenti fini deposti nell’acqua del lago che anticamente occupava la conca. Questa parte e i versanti delle montagne circostanti sono raccordati da una fascia di depositi di versante, detti ghiaioni, accumuli di pietrame caduti dalle pareti di roccia. La parte di questi depositi che si trova al margine dell’antico lago mostra tracce dell’antica spiaggia, dove il movimento dell’acqua provocava l’arrotondamento dei frammenti di roccia.

Il lago che occupava il bacino prima della definitiva bonifica ottocentesca fu soggetto a oscillazioni di livello per cause climatiche, legate alla minore o maggiore piovosità. Di conseguenza la linea di riva si trovò a quote diverse e influenzò la distribuzione degli insediamenti dalla preistoria ai giorni nostri. Durante il Paleolitico Superiore furono abitate le grotte poste in alto sui versanti, nel Neolitico gli insediamenti si spostano su ampie spianate prospicienti la conca (Pozzo di Forfora e Paterno) e nell’Età del Bronzo si impostano nelle aree piane liberate dalla riduzione dello specchio lacustre.  Infatti le analisi palinologiche (dei pollini), compiute nei sedimenti del lago, hanno riconosciuto un crollo della vegetazione intorno a 3500 anni da oggi, imputabile più che all’azione dell’uomo a cause naturali: verosimilmente un forte inaridimento climatico.      

Il Paleolitico

L’antico lago che occupava l’attuale conca del Fucino ha rappresentato un forte elemento di richiamo per i gruppi umani che hanno frequentato l’area sin dal Paleolitico, o antica età della pietra.

Suddiviso in inferiore, medio e superiore copre convenzionalmente un ampio arco cronologico che va da 2,5  milioni a 10.000 anni fa.

 

Paleolitico superiore

40.000- 12.000 anni fa

Paleolitico medio

300.000 - 40.000 anni fa

Paleolitico inferiore

2.500.000 - 300.000 anni fa

 

L’inquadramento cronologico della frequentazione nell’area fucense riconduce alla fase finale del Paleolitico superiore precisamente ad un periodo compreso tra 23.000 e 12.000 anni fa quando, dopo l’ultima fase fredda, definita Ultimo Massimo Glaciale (ca. 24.000 anni fa), le acque del lago si abbassano rendendo praticabili le cavità naturali che bordano il Fucino, prima inaccessibili.

Situate nel territorio di Ortucchio sono le grotte Maritza, La Punta, di Pozzo e dei Porci (o di Ortucchio).

I cambiamenti climatico-ambientali hanno avuto un ruolo molto importante determinando, in zona, continue fluttuazioni del livello lacustre associate a trasformazioni del paesaggio e, di conseguenza, mutamenti del  comportamento umano, portando a fasi alterne di occupazione e abbandono dei siti.

Durante le fasi più fredde, caratterizzate da un ambiente steppico, la caccia era mirata a specie quali lo stambecco, l’uro, il cavallo idruntino e la marmotta mentre nelle fasi più temperate, contraddistinte da un inizio di reforestazione, il camoscio, il cinghiale, il cervo e il capriolo tendono a sostituire le specie precedenti.

Lo sfruttamento di questi animali è confermato dalla presenza di tracce di macellazione.

La pesca è attestata da resti di trota della specie Salmo trutta fario (trota fario), endemica della zona.

Caccia, pesca e raccolta sono dunque le attività svolte dai gruppi umani presenti sul territorio, testimoniate dal ritrovamento di resti ossei, strumenti in materia dura animale (come punte e punteruoli) e manufatti in selce.

Le industrie litiche di questo periodo, esposte nella vetrina, comprendono sia elementi di armi da caccia (punte e lame a cran,dorsi, dorsi-troncatura, microgravette e punte di La Gravette) sia strumenti comuni (grattatoi, bulini, troncature, punteruoli, denticolati, schegge, lame e lamelle ritoccate) utilizzati per attività quotidiane di tipo diversificato.

La tecnica di lavorazione utilizzata per la realizzazione di tale strumentario è la percussione diretta.

Le attività umane sono inoltre testimoniate dalla presenza di focolari e pozzetti di cottura, come dimostra il calco esposto.

I numerosi elementi decorati testimoniano aspetti legati al simbolismo, al culto dei morti, alla spiritualità. Nelle grotte sono infatti presenti ciottoli dipinti e ossa incise con motivi geometrici, arte parietale, conchiglie e canini di cervo forati, usati come elementi di ornamento. Conchiglie marine decorate a tacche o perforate indicano inoltre spostamenti su lunghe distanze o relazioni tra gruppi stanziati su territori diversi.

Si possono inoltre rilevare incisioni lineari sul cortice dei manufatti in selce.

Grotta di Pozzo Calco di arte parietale : Venere “tipo Gönnersdorf-Lalinde”

Lungo il bancone calcareo che forma la parete verticale nel fondo della cavità, accanto ad altri 3 elementi (un solco orizzontale, una vulva in bassorilievo e una vulva ottenuta a partire da una fessura naturale), è stato individuato un  profilo femminile schematico, di “tipo Gönnersdorf-Lalinde” lungo 75mm. E’ stato ottenuto a partire da uno spigolo naturale, poi modificato sia per percussione che per abrasione, la parte anteriore della figura è stata delimitata anche da un solco rettilineo, poco profondo.

Il profilo tipo “Gönnersdorf” rientra pienamente nei canoni del Paleolitico superiore, e più in particolare del Paleolitico superiore finale, a riguardo del quale esiste un’ampia letteratura.

Figure in questo stile, sia sotto forma di arte parietale che di arte mobiliare, sono state trovate in centinaia di esemplari in oltre 40 siti europei, in associazione con industrie litiche del Maddaleniano, e meno frequentemente, dell’Aziliano, che sulla base dei dati più recenti disponibili, sono da collocare tra 15.500 e 13.000 anni fa (fig.1).

Tali confronti in ambito europeo sono in perfetto accordo con le datazioni dei livelli antropici più alti del Paleolitico superiore di Grotta di Pozzo.

Lo studio dell’arte parietale è importante per evidenziare reti di contatti e scambi di informazioni che vanno ben oltre l’ambito regionale.


Grotta di Pozzo – ca 15000 anni fa

I pozzetti, riconducibili ad attività di cottura, occupano la parte più interna della grotta adibita all’accensione del fuoco, ripetutamente utilizzata nel corso dei millenni.  

Diverse le funzioni ipotizzate per queste strutture:

 

 

cottura degli alimenti sulla brace trasportata dal vicino focolare nelle buche

 

 

cottura a vapore in forni interrati per mezzo del calore sprigionato da braci o da pietre arroventate. Gli alimenti venivano avvolti in foglie o pelle animale

 
   

 

 

 

cottura tramite bollitura per mezzo di pietre arroventate gettate nel pozzetto, reso impermeabile da pelle animale non sgrassata all’interno

Ciottolo dipinto

Tra i detriti di una cava posta in prossimità di Ortucchio, è stato di recente recuperato il ciottolo in calcare locale dipinto, qui esposto per la prima volta.

Ben arrotondato, allungato ed appiattito (lunghezza 31 cm, larghezza 14 cm, spessore 4 cm), ad una estremità presenta il negativo di distacco anticodi una grande scheggia.

La forma suggerisce il profilo di una figura umana; la superficie è decorata con ocra rossa.

Fasci di linee curve parallele o lievemente divergenti raccordate da segmenti rettilinei lo avvolgono completamente e sembrano suggerire il panneggio di una veste.

La porzione scheggiata è invece decorata con file di punti, motivo diverso quasi a sottolineare la differenza della superficie.

Per la dimensione, la forma e la complessità della decorazione l’esemplare non ha confronti puntuali in Italia, ma pietre più piccole, analogamente ornate con ocra rossa, sono presenti, nella vicina Grotta Continenza di Trasacco, nei livelli epigravettiani (tra gli 11.000 e 13.000 anni da oggi).

Per tale motivo anche il ciottolo dipinto di Ortucchio, che finora costituisce un unicum, può essere riferito al Paleolitico Superiore e costituisce un’eccezionale espressione artistica, la cui interpretazione rimane ancora incerta.

Il Mesolitico

Il termine Mesolitico designa un periodo della preistoriacompreso tra la fine dell'ultima fase glaciale e il diffondersi dell'agricoltura, intermedio, quindi, tra Paleolitico e Neolitico.

I limiti cronologici sono convenzionalmente posti tra 12.000 e l’inizio del Neolitico, che varia da zona a zona, e corrisponde al momento in cui gruppi di cacciatori-raccoglitori diventano agricoltori e allevatori dopo aver modificato il loro modo di vita. Inoltre questi gruppi si adattano ai notevoli cambiamenti climatico-ambientali, già iniziati alla fine del Paleolitico, che trasformano profondamente il paesaggio in seguito all’aumento della temperatura, all’arretramento dei ghiacciai e all’innalzamento delle acque dei mari.

Il lago Fucino, al contrario, in questo momento subisce un forte abbassamento del livello delle acque rendendo, quindi, accessibili zone poste anche sul fondo della piana.

La steppa è stata sostituita da foreste temperate costituite da quercia, betulla, nocciolo, faggio, olmo e carpino, come ci informa anche il carotaggio pollinico effettuato nel bacinetto del Fucino. Anche le faune cacciate nel Mesolitico riflettono le variazioni ambientali, animali di steppa hanno ormai lasciato il posto a specie di foresta temperata, quali cervo, cinghiale, capriolo, camoscio di cui si rinvengono resti nei siti fucensi; a questi si affiancano mammiferi di piccola taglia come volpi, lepri, ricci ed uccelli.

Si intensificano anche pesca e raccolta di lumache. Queste ultime sono abbondantemente testimoniate a Grotta di Pozzo sotto forma di ammassi di gusci di gasteropodi terrestri endemici dell’Abruzzo (Helix delpretiana).

La tipologia d’insediamento è piuttosto variegata, per cui nell’area del Fucino, pur continuando ad utilizzare grotte e ripari (Grotta di Pozzo, Grotta Continenza), gli ultimi cacciatori-raccoglitori del Mesolitico occupano anche siti all’aperto nella piana, come accade proprio nella zona di Ortucchio (Ortucchio - Strada 28).

Diverse le testimonianze di cultura materiale che attestano tale frequentazione: manufatti in selce, osso e altre materie dure animali, conchiglie.

Le industrie litiche di piccole dimensioni (microliti) vengono elaborate con il ritocco, al fine di conferire loro una forma geometrica specifica (semilune e triangoli).

Per ottenere prodotti di dimensione standardizzata, veniva adoperata una particolare tecnica di fratturazione controllata, detta “tecnica del microbulino”: è un procedimento rapido che, a partire da una lama o da una lamella, sulla quale si è praticata un’intaccatura, permette di ottenere una troncatura obliqua. Si tratta di piccole armature strettamente connesse all’utilizzo della freccia e quindi dell’arco, in uso già dalla fine del Paleolitico superiore; in mostra ne è esposta una ricostruzione.

L’asta della freccia veniva preparata assottigliandola, levigandola e fissando ad essa i microliti con  resina vegetale mista ad altre sostanze.

Gli strumenti di uso più comune per la lavorazione di pelli, ossa e legno riproducono invece forme del Paleolitico: grattatoi, bulini, troncature, punteruoli, schegge ritoccate e denticolate; coltelli a dorso, lame e lamelle ritoccate che venivano utilizzati per attività di sussistenza diversificate.

Con le fasi avanzate del Mesolitico compare la tecnica di scheggiatura “a pressione”, attraverso cui è  possibile ottenere prodotti laminari e lamellari molto sottili e regolari. 

Tra i manufatti in osso e corno si distinguono arpioni a denti multipli e spatole (non rinvenute nel Fucino), anch’essi utilizzati per diverse attività quotidiane.

Diffusi anche oggetti ornamentali costituiti soprattutto da conchiglie marine, quali Columbella e Dentalium, forate artificialmente per la sospensione come ciondoli o per essere cuciti ai capi di vestiario, rinvenuti anche a Grotta di Pozzo.

Per quanto riguarda invece la sfera funeraria, sono testimoniate inumazioni in fossa, talora coperte da pietrame, accompagnate da pochi elementi di corredo. 

Le vie della selce

Per lo studio di contesti preistorici, la pietra costituisce la principale fonte di informazioni. A differenza del materiale organico, si conserva in modo ottimale e ci permette di comprendere le diverse attività umane.

La selce, roccia silicea dura e compatta, è stata la materia prima più ricercata e sfruttata in Italia precedentemente alla produzione ceramica. Si presenta sotto forma di noduli o liste di svariati colori (rosso, verde, nero, giallo, bianco), opachi o traslucidi. Date le sue caratteristiche può essere scheggiata con precisione per ottenere manufatti taglienti e resistenti di qualità superiore rispetto a qualsiasi altro materiale.

 

Nel Fucino, gli affioramenti di selce sono quasi completamente assenti e ciò comporta l’utilizzo di materiale litico proveniente da zone, come la Marsica orientale (M.te Genzana, M.te Greco, Altopiano delle Cinquemiglia)(1200 - 2000 m slm)  lontane ca 20 km. È, infatti, da questa zona che proviene l’83% della varietà di selce documentata a Grotta di Pozzo che, per le sue caratteristiche, corrisponde con precisione a quella maggiormente utilizzata nelle grotte del territorio di Ortucchio.

 

Una piccola percentuale di selce proveniente dai siti paleolitici, tuttavia, ha una diversa origine, in parte riconducibile alla zona che si estende a nord del Fucino dall’area della formazione Umbro-Marchigiana (zona del Gran Sasso),

oltre i 50 km di distanza in linea d’aria.

Per periodi successivi, i dati provenienti dal sito mesolitico di Ortucchio strada 28 e dal sito neolitico di S.Stefano confermano l’area del M.te Genzana come probabile zona di origine della selce utilizzata al loro interno.

L’approvvigionamento della selce poteva avvenire direttamente negli affioramenti principali oppure lungo le rive dei fiumi o dei bacini lacustri dove i ciottoli si depositavano dopo essere stati trascinati a valle da corsi d’acqua che attraversavano i giacimenti selciferi.

Sulla base dei manufatti archeologici rinvenuti si può affermare che la selce presente nei siti fucensi di grotta arrivasse già semilavorata, mentre nei siti a valle (Ortucchio-strada 28, S. Stefano) i blocchi venivano importati allo stato grezzo e scheggiati all’interno del sito.

 

Lo studio sulla provenienza della selce permette di avanzare ipotesi circa gli spostamenti e le tappe che i cacciatori-raccoglitori effettuavano stagionalmente nel territorio.

Gli scenari che si possono tracciare sono due:

  • una mobilità limitata all’area fucense con escursioni per approvvigionarsi nella Marsica orientale durante i mesi estivi;
  • una mobilità più ampia che arriva a toccare aree anche molto lontane con spostamenti ad alta quota in estate e soste autunnali nelle grotte dell'area di Ortucchio. Al termine della breve permanenza potevano continuare il loro percorso verso le zone costerie del tirreno.         

 

Il modello di frequentazione del territorio che deriva da queste osservazioni prevede, dunque, un rapporto tra territori di fondovalle e territori montani, ovviamente condizionato da fattori ecologici, climatici e di sussistenza.

 

Il Neolitico

Una radicale modificazione nel modo di vita e nelle attività economiche caratterizza le comunità neolitiche, di cui sono emerse varie testimonianze nel territorio di Ortucchio.

Intorno a 7000 anni da oggi genti provenienti dall’Egeo sbarcarono sulle coste meridionali dell’Italia e attraverso le valli fluviali penetrarono verso l’interno diffondendosi rapidamente nel centro-sud della penisola italiana. In Abruzzo gruppi provenienti da Sud si stanziano nel Fucino circa 6800 anni da oggi e in seguito proseguono verso Nord.     

 

L’agricoltura dell’epocaera basata sulla coltura di cereali (farro, piccolo farro e frumento nudo, orzo) e legumi (cicerchie, piselli e fave), mentre era diffuso l’allevamento di capre, pecore, bovini e suini. In un primo momento era finalizzato alla produzione di carne, ma ben presto fu avviato anche lo sfruttamento del latte per prodotti secondari come formaggi e simili.  Le specie vegetali ed animali erano introdotte in Italia allo stato domestico.

Gli abitati comprendevano capanne, focolari e forni, silos per la conservazione dei cereali e a volte erano circondati da fossati che delimitavano lo spazio della comunità.

Sfruttando affioramenti di argilla locale, erano realizzati vasi di forme e dimensioni diverse secondo la destinazione d’uso: aperti per consumare e contenere cibo, grandi per conservare granaglie, medi per cuocere i cibi, come dimostrano segni di bruciatura all’esterno di alcuni vasi, profondi e chiusi per i liquidi.

 Alcuni vasi di manifattura più fine, forme e decorazioni particolari ci permettono di attribuirli ad un periodo ben definito come gli esemplari provenienti dal villaggio di Santo Stefano e dalla grotta Maritza di Ortucchio.

L’industria litica: Proprio il termine con cui viene definito il Neolitico (nèos, "nuovo" e lìthos, "pietra”) indica l’impiego di una nuova tecnica per la lavorazione della pietra: la levigatura consisteva nello strofinare lungamente un abbozzo su una pietra granulosa fino a raggiungere la forma voluta e una superficie molto liscia.

In questo modo si costruivano asce, accette e scalpelli o sgorbie.

 

La lavorazione della pietra tramite scheggiatura era perfezionata per rispondere alle esigenze di queste popolazioni: fra i nuovi utensili sono noti i falcetti per il taglio dei cereali costituiti da un manico in legno o osso in cui erano inseriti elementi taglienti in pietra.

 

La materia prima usata per la scheggiatura è la selce cui si affianca nel Neolitico l’ossidiana, un vetro vulcanico che a Colle S. Stefano arrivava dalle isole di Palmarola e Lipari, testimoniando una rete di traffici sviluppata all’interno della quale il Fucino rivestiva un ruolo importante.

Per quanto riguarda gli aspetti cultuali del periodo, nel Neolitico Antico le sepolture sono spesso negli abitati confermando lo stretto rapporto tra la vita e la morte, proprio dell’ideologia agricola: i defunti erano inumati in fosse scavate nel terreno, posti su un fianco in posizione fetale, a volte cosparsi d’ocra.

Strutture tombali appositamente costruite e corredi all’interno della sepoltura compaiono in una fase più avanzata del Neolitico. La pratica dell’incinerazione è rara e probabilmente legata a rituali particolari, come può testimoniare il complesso trovato nella Grotta Continenza di Trasacco.

Alcuni rinvenimenti suggeriscono l’esistenza di rituali di fondazione di un abitato o propiziatori per la fertilità della terra, come il vasetto zoomorfo rinvenuto nel sito di “Le Coste” ed esposto in mostra. 

Ricostruzione ipotetica di una capanna

La capanna riprodotta rappresenta una ipotesi di ricostruzione fatta in base ai dati conosciuti.

Nel Neolitico le capanne erano a pianta quasi sempre rettangolare, talora con un lato breve convesso. Un’intelaiatura di rami e canne legata a pali lignei fissati nel terreno o supportati da un basso muretto in pietre costituiva le pareti, che erano poi rivestite di un composto di argilla e vegetali triturati, detto intonaco. Uno o più pali potevano essere collocati anche al centro della struttura per sostenere il tetto.

Le evidenze archeologiche che indicano la presenza di capanne sono: buche di palo, canalette di scolo delle acque, resti di muri o piani di calpestio delle capanne.  Nel villaggio di Colle Santo Stefano (Ortucchio) l’esistenza di abitazioni è testimoniata da frammenti d’intonaco che conservano le impronte di canne, rami sottili e cereali (farro), i cui residui erano utilizzati per l’impasto dell’intonaco.

Vasetto zoomorfo

A S. Stefano,  nel 1989, all’interno di una piccola cavità delimitata da un circolo di pietre furono ritrovati  i frammenti di un vaso. Il restauro permise di ricostruirne  la forma originaria le cui caratteristiche suggeriscono  la raffigurazione di un bovino. La preparazione dello spazio  nel quale il vaso era stato deposto e la sua  particolare forma hanno permesso di interpretarlo come una offerta votiva rispondente all’ideologia della comunità.

Rappresenta un unicum in tutta la penisola italiana e trova confronto solo in un frammento da Grotta Continenza di Trasacco ed in uno decorato a bande rosse trovato a Catignano. 

Le Età del Rame e del Bronzo

Le innovazioni che caratterizzano le Età del Rame e del Bronzo si manifestano in tempi diversi in Oriente e in Europa: in Italia interessano un arco di tempo dai 4800 ai 900 anni da oggi, quando con l’Età del Ferro si transita alla Storia.  

Nel territorio di Ortucchio, gli insediamenti inizialmente posizionati sui terrazzi prospicienti il lago, come Pozzo di Forfora o Le Coste, in seguito si spostano sui fertili terreni pianeggianti lasciati liberi dalla riduzione dello specchio lacustre, causata da inaridimento del clima: Ortucchio (Laghetto, strade 27 e 29) di lunga durata, Celano-Paludi, Trasacco, Avezzano.

Le abitazioni potevano essere simili a quelle neolitiche o su palafitte negli insediamenti perilacustri, mentre le grotte sono frequentate come stanziamenti temporanei, anche come appoggio alla transumanza, e come luoghi di culto.

Il lago rappresentava un’ottima risorsa per l’irrigazione dei campi, la pesca e l’uccellagione, mentre l’allevamento del bestiame forniva carne, latte e formaggi, lana e forza lavoro per l’aratura o per trainare i carri, costituendo una delle fonti di ricchezza.

Molto praticata era l’attività tessile, testimoniata da numerosi pesi da telaio e fusaiole.

Per quanto riguarda la produzione di vasellame, nell’Età del Rame, su una debole tradizione del Neolitico finale si inseriscono gli influssi provenienti da aree esterne (Cultura del Gaudo e Campaniforme dell’area tirrenica), rielaborati anche nei tipi che prendono il nome di “cultura di Ortucchio”.

Nell’età del Bronzo la produzione di vasellame locale corrisponde a forme presenti in ambiti culturali diffusi su gran parte della Penisola, con vasi caratterizzati da anse con sopraelevazioni plastiche e recipienti legati ad attività specifiche, come i bollitori per la lavorazione del latte, di cui in mostra è esposto un esemplare.

La produzione di strumenti in pietra è ancora attestata, anche se gradualmente sostituita da manufatti in metallo; particolare l’uso di lunghe lame utilizzate per staccare i chicchi dei cereali dalla spiga (despigazione) e quello di punte di freccia e pugnali.

Inizialmente i manufatti in metallo, costituiti da asce e pugnali, non sono frequenti e costituiscono il corredo nelle sepolture di personaggi eminenti. L’affinamento delle tecniche di lavorazione e la creazione di leghe come il bronzo, composto da rame e stagno, consentirono maggiore duttilità nella lavorazione e migliore resistenza degli oggetti. Vennero realizzati arnesi da lavoro, forgiate armi più robuste e ai pugnali si aggiunsero alabarde e spade. Fra i numerosi oggetti in bronzo rinvenuti durante il prosciugamento del lago Fucino, Renato Peroni ha riconosciuto una produzione locale in un coltello a dorso rettilineo e una particolare ascia a margini rialzati, definiti “tipo Ortucchio”.

Sono documentati anche ornamenti personali quali fibule per agganciare le vesti, spilloni, anelli, bracciali, fermatrecce, rinvenuti nei siti di Trasacco e di Celano-Paludi.

A partire dall’Età del Rame il rituale funerario divenne più articolato sia per la costruzione di sepolcri, quali grotticelle artificiali e dolmen, sia per la presenza di corredi anche molto ricchi. Generalmente le sepolture sono collettive, mentre rare sono quelle singole riservate ad individui di particolare rilievo sociale.

L'accumulo di ricchezze, la formazione di classi di artigiani specializzati e l’emergere di figure eminenti sono alla base delle differenziazioni sociali all'interno delle comunità e nello stesso tempo sono causa dei conflitti testimoniati dall'incremento della produzione di armi. 

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